lunedì 30 agosto 2010

Roma, già capitale dell'Impero, nuova provincia libica

Non vorrei che il titolo ingenerasse equivoci. Non mi conto affatto tra coloro che disprezzano la Libia e Gheddafi in quanto tali, magari sulla base di certi pregiudizi tipicamente occidentali ed "atlanticheggianti", o che si mordono le mani per lo smacco subito dal nostro paese dopo la Seconda Guerra Mondiale, allorchè dovette accettare l'indipendenza di quella "Quarta Sponda" così ricca di petrolio. Qualsiasi sogno imperiale è anacronistico: viceversa, se continuassimo ancora a credervi, vorrebbe dire che nulla avremmo appreso dagli ultimi sessant'anni della storia mondiale, durante i quali antichi e solidi imperi coloniali come quelli francese, inglese e portoghese sono miseramente crollati sotto la pressione delle tante popolazioni autoctone che rivendicavano una giusta ed innegabile libertà. La Libia, al pari di ogni altro paese dell'Africa e del mondo, ed in particolare del cosiddetto Terzo Mondo, ha il diritto di vivere in pace la propria esistenza ed il diritto internazionale (solitamente calpestato senza troppi riguardi da parte di tutti ma in particolare dagli occidentali che, a differenza degli altri, non pagano conseguenza alcuna per la loro prepotenza) lo deve far rispettare insieme a tutti i doveri che esso comporta.
Se dico tutto ciò è perchè molte persone, in Italia e non solo, con la scusa di criticare il governo di Gheddafi (esattamente come, in diverse circostanze, criticano i governi di altri paesi) contestano in realtà il diritto all'esistenza e all'indipendenza politica, economica ed energetica (ovvero il diritto di disporre autonomamente delle proprie risorse, senza assoggettarsi all'arbitrio o all'arroganza altrui) della Libia. Si tratta di due cose molto diverse: perchè un conto è discutere i metodi e la liberalità di un governante, un altro è negare attraverso certi sotterfugi dialettici il diritto all'esistenza ed alla libertà del suo paese. E' difficile, per queste persone, rassegnarsi all'idea che l'epoca delle cannoniere si sia conclusa da un bel pezzo.
Chi è Gheddafi? Un dittatore africano, guardato pure con diffidenza da molti suoi colleghi sia arabi che africani. Nel Mondo Arabo non ha mai contato nulla, malgrado tutti i suoi sforzi. Gli innumerevoli tentativi di unione (quando con l'Egitto, quando con la Tunisia, quando con la Siria, quando con il Marocco) che ha portato avanti fino agli Anni '80, rincorrendo il sogno del Panarabismo mutuato da Nasser che pure l'aveva indicato come suo "erede politico", si sono sempre sciolti come neve al sole nel giro di pochi mesi. Forse ha precorso i tempi e la cosa non gli ha portato fortuna, ma ad ogni modo per gli arabi egli non è nè un leader politico o nazionale come Nasser nè tantomeno una guida religiosa come il sovrano saudita nè tantomeno un rivoluzionario da prendere ad esempio come lo sfortunato generale iracheno Kassem o il già citato e sempreverde, per lo meno nella memoria collettiva, Nasser. Gheddafi, per gli arabi, è solo il leader di un paese tanto ricco quanto piccolo, almeno in termini demografici: di fronte alle straripanti masse di paesi come l'Egitto o di nazioni musulmane e non arabe come il Pakistan, la Libia è una piccola e lontana provincia sahariana e mediterranea. Stesso discorso per quanto riguarda gli africani, che sono più di un miliardo e nel cui totale la percentuale rappresentata dal popolo libico è meno dell'1%. Per loro, oltretutto, gli arabi sono "quelli del nord", venuti per colonizzare e guardati pertanto sempre con un certo sospetto. Da questo punto di vista anche tutte le difficoltà di Gheddafi di portare avanti la sua Unione degli Stati Africani, palesemente egemonizzata dalla Libia, sono facilmente comprensibili; a maggior ragione se le assommiamo alle tanti divisioni tribali, etniche, culturali, religiose, linguistiche, politiche ed economichè che già di per sè frammentano l'Africa Nera. Persino il cospicuo appoggio, in termini finanziari e non solo, che a partire dagli Anni '70 ha fornito a tutti i movimenti di guerriglia e di liberazione nel mondo (persino i separatisti sardi, siciliani e polinesiani non sono sfuggiti alla sua generosità) non sempre gli ha fatto onore, anche perchè in molti casi s'è trattato di vere e proprie organizzazioni terroristiche come quella palestinese di Carlos, oppure l'IRA o l'ETA: e di conseguenza Gheddafi non è riuscito ad entrare, suo malgrado, nel pantheon dei benefattori dell'umanità. Il suo famoso Libro Verde, poi, quella specie di "libretto rosso" del socialismo coranico, non se lo leggono neppure in patria, figurarsi all'estero.
Eppure è proprio in questo che risiede la grandezza di Gheddafi. Prima di lui la Libia non c'era. Il monarca Idris al Senussi era solo il re di una parte del paese, la Senussia, per l'appunto; ma il resto della Libia andava per conto suo. Gli arabi delle coste e i beduini del deserto conducevano delle vite parallele, insieme ai coloni italiani e ai militari delle basi angloamericane che vivevano per conto loro. Non esisteva presso la popolazione libica, allora solo di un milione e mezzo di abitanti, l'identità nazionale e l'idea dello Stato: queste sono due cose venute dopo, artificialmente create da Gheddafi, e potremmo dire con grande successo. Del resto il fatto che Gheddafi, nel '69, abbia potuto organizzare un golpe da manuale, che destituì il sovrano in poche ore e senza incidenti, è chiara dimostrazione dell'indifferenza che i libici di allora avevano per le loro istituzioni, così come del discreto appoggio che inglesi, italiani ed americani riservarono al colpo di mano dei giovani ufficiali.
Da quel momento la Libia ha moltiplicato sempre di più il proprio peso nella politica ma soprattutto nell'economia internazionali. E qui si ritorna a parlare dell'attualità: l'Italia copre un terzo del suo fabbisogno energetico grazie alle risorse libiche. Come a voler dire che, senza la Libia, si ritornerebbe all'austerity del '73, con le domeniche a piedi e gli abitanti delle città tutti in bicicletta. Ciò permette a Gheddafi grandi spazi di manovra nel nostro paese. Com'è nel suo stile, imbastisce sempre degli spettacoli, lancia delle provocazioni: funzionano, dal momento che tutti vi abboccano. Eppure basterebbe pensare a tutto ciò che Gheddafi ha scritto, detto e fatto negli ultimi quarant'anni per capire che l'obiettivo delle sue tante e colorate sortite è massimamente quello d'attirare e moltiplicare l'attenzione su di sè e sulla sua politica. Non voglio dire che sia il tipico "can che abbaia e che non morde," ma non è nemmeno uno di quelli alla "tanti fatti e poche parole". L'Italia semplicemente se lo tiene caro perchè frequentarlo, da alcuni anni a questa parte, non è più disdicevole come ai tempi di Craxi ed Andreotti, quando negli Stati Uniti i presidenti Reagan, Bush padre e Clinton erano ossessionati dai libici e dal loro appoggio ai movimenti terroristici. Al contrario, Gheddafi oggi è addirittura una specie di fantoccio degli americani. Perciò fare affari con lui è più facile e conveniente di quanto non lo fosse prima e difatti oggi nessuno, a differenza degli Anni '80, ha da ridire se la Lafico, la celebre finanziaria libica, ritorna ad investire nel nostro paese. Anzi: in tempi di fuga dei capitali, gli investimenti dall'estero sono sempre benvenuti, anche se provenienti dall'altra sponda del Mediterraneo.
Viene in Italia e, sfruttando il proprio personaggio, organizza una specie di seminario per la conversione di giovani hostess occidentalissime e soprattutto biondissime: è ciò di cui principalmente si riduce a parlare la stampa, insieme al fatto che abbia una scorta femminile composta da sentinelle bellissime e fedelissime. Così non si parla del trattato che unisce Italia e Libia nella "lotta all'immigrazione clandestina", chiamiamola così. Un'altra bella carognata, dove la colpa è tanto di Gheddafi quanto del governo Berlusconi: c'è ben poco da dire e da schernirsi. Anche su questo è inutile fingersi indignati: il governo italiano, quando ha scelto di stringere un patto con la Libia, sapeva benissimo che quest'ultima non riconosce la Convenzione di Ginevra sui Diritti Umani. La Libia fin da subito s'è chiamata fuori da ogni responsabilità etica ed umanitaria, e del resto era proprio per questa sua volontaria estraneità a tali concetti che il governo italiano l'ha scelta come sua partner nel controllo dell'immigrazione clandestina. In tale operazione, infatti, la Libia è chiamata a fare il lavoro sporco, quello di prendersi i poveri malcapitati nel suo territorio lasciandoli morire o nel deserto del Sahara o dentro dei campi di concentramento non differenti da quelli che ottant'anni prima il generale Graziani, su ordine di Mussolini, aveva riservato agli stessi combattenti libici.
Ed è così che, dopo aver detto tutto questo, si chiude il cerchio e calano le maschere.

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